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Idee, esperienze e conoscenza dal mondo Antyge

VITA ANTYGE

I riflessi della vita: il dialogo antico tra corpo e tempo

19 aprile 2026
Ivano Colombo
Ivano Colombo

Un vecchio testo sui riflessi vertebrali diventa l’occasione per riscoprire un dialogo che attraversa il tempo: quello tra corpo, esperienza terapeutica e conoscenza. Perché ciò che oggi consideriamo nuovo, a volte, affonda le sue radici in intuizioni molto più antiche.

Ultimamente ho avuto la fortuna di trovare e studiare un piccolo libro di L. Van Steen, Il riflesso vertebrale, pubblicato nel 1982. È un testo che affronta il mondo dei riflessi vertebrali attraverso l'utilizzo di tecniche manipolative: vibrazioni, percussioni e mobilizzazioni delle articolazioni vertebrali eseguite a bassa ampiezza e bassa velocità.

L'immagine che accompagna questo articolo riproduce una parte dello schema presente nel libro, nel quale vengono rappresentati diversi riflessi e i relativi livelli vertebrali. È importante leggerlo per quello che è: un documento appartenente a un determinato periodo storico e a un determinato modo di interpretare il rapporto tra colonna vertebrale, sistema nervoso e organismo, non una rappresentazione delle attuali evidenze scientifiche. Eppure, appena ho iniziato ad addentrarmi nei capitoli dedicati alle manipolazioni e al loro scopo, sono rimasto affascinato e, nello stesso tempo, stupito. Il primo pensiero è stato molto semplice: qualcuno utilizzava già queste tecniche.

Pensiamo alle tecniche massoterapiche. Esistono da secoli. Tutti i terapisti le conoscono, moltissimi le utilizzano, ma spesso è difficile stabilire chi abbia ideato per primo una determinata manovra — ammesso che sia realmente esistito un unico creatore. Anche nella mia esperienza mi è capitato di utilizzare quasi istintivamente alcuni gesti o alcune manovre che non ricordavo di aver appreso da un testo specifico. Successivamente, studiando e approfondendo, ho scoperto che movimenti molto simili erano già stati descritti o utilizzati molto tempo prima. Ed è proprio questo che trovo affascinante.

C'è qualcosa di profondamente suggestivo nel riscoprire testi che, pur appartenendo a un'altra epoca, riescono ancora oggi a parlarci con una voce limpida, intensa e, per certi aspetti, sorprendentemente familiare. Leggendoli si ha quasi la sensazione che la conoscenza non appartenga veramente al tempo. Attraversa le generazioni.

Si modifica.

Si raffina.

Cambia linguaggio.

Acquisisce nuovi strumenti di osservazione.

E, soprattutto, viene continuamente sottoposta alla verifica delle nuove conoscenze scientifiche.

Ciò che ieri veniva spiegato attraverso un determinato modello può oggi essere interpretato diversamente. Alcune intuizioni vengono confermate, altre modificate, altre ancora abbandonate.

Ma rimane qualcosa di prezioso: la domanda che aveva spinto qualcuno a osservare il corpo.

Pensiamo ai riflessi che regolano continuamente la nostra esistenza. Sono risposte automatiche che permettono all'organismo di reagire rapidamente alle modificazioni dell'ambiente interno ed esterno.

Un muscolo si contrae. Una pupilla modifica il proprio diametro. La pressione arteriosa viene continuamente regolata. La respirazione si adatta. L'apparato digerente modifica motilità e secrezioni.

Una parte enorme di ciò che ci mantiene in vita avviene senza che sia necessario pensarci.

Il sistema nervoso integra continuamente informazioni provenienti dall'organismo e dall'ambiente, producendo risposte che contribuiscono al mantenimento dell'equilibrio fisiologico.

Possiamo chiamarlo adattamento. Ed è forse proprio qui che questo vecchio libro incontra uno dei temi centrali di Antyge.

Il corpo non è una struttura immobile. È un sistema vivente che riceve continuamente informazioni, le integra e modifica le proprie risposte. Alcuni meccanismi sono rapidissimi. Altri richiedono minuti, ore, giorni o anni. Sistema nervoso, sistema endocrino, sistema immunitario, metabolismo e comportamento partecipano continuamente a questo processo. Non esiste quindi un corpo separato dall'ambiente. Esiste una persona che continuamente interagisce, risponde e si adatta.

Ed è proprio osservando questi processi che possiamo comprendere quanto sia importante distinguere tra ciò che appartiene alla storia delle pratiche terapeutiche e ciò che oggi possiamo sostenere sulla base delle evidenze scientifiche. Le due cose non devono necessariamente essere contrapposte. La storia può suggerire domande. La ricerca può cercare di verificarle.

Oggi, quando crediamo di avere "scoperto" qualcosa di completamente nuovo, forse vale la pena, qualche volta, guardare indietro. Chiederci se quella stessa intuizione non fosse già comparsa, magari con parole differenti, in un laboratorio lontano, nelle pagine dimenticate di un libro o nelle mani di un terapeuta che osservava attentamente il corpo. Non significa che tutto ciò che è antico sia corretto.

E non significa neppure che una pratica sia efficace semplicemente perché viene utilizzata da molto tempo. Significa riconoscere che la conoscenza procede anche attraverso una lunga successione di osservazioni, ipotesi, errori, verifiche e nuove interpretazioni. Forse non ricordiamo semplicemente ciò che altri sapevano. Piuttosto, ereditiamo le loro domande e abbiamo a disposizione strumenti nuovi per cercare risposte migliori.

Per chi lavora sul corpo e con il corpo, questo dialogo tra passato e presente può diventare particolarmente prezioso. Studiare ciò che è stato fatto prima di noi. Comprenderne il contesto.

Confrontarlo con ciò che sappiamo oggi. Conservare le intuizioni capaci di generare nuove domande e, nello stesso tempo, avere il coraggio di abbandonare ciò che le evidenze non sostengono più.

È forse questo uno dei modi più rispettosi di onorare la storia della terapia manuale.

Perché ogni gesto terapeutico, ogni tocco consapevole e ogni studio approfondito nasce, in fondo, dalla stessa domanda che accompagna da sempre chi si occupa della persona:

che cosa ci sta comunicando il corpo e come possiamo imparare ad ascoltarlo meglio?

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